20 anni in quarantena

Sono le 12:30 di un giorno non ben identificato tra la miriade di giorni identici che si susseguono dall'11 marzo 2020.
Lo faccio o non lo faccio? Ovviamente lo faccio.
Perché, per quanto dal sopracitato 11 marzo sia refrattaria ad ascoltare notizie che non possono far altro che peggiorare il mio stato psicologico, il tg dell'ora di pranzo è un rito al quale non riesco proprio a venir meno. E quindi vai di "La curva sale" poi "la curva scende, ma forse risale" e poi ancora "Si ma ciò che conta è l' r0" e infine, qualche minuto dopo "La curva sale, scende, gira a destra, alla seconda a sinistra e poi dritto verso la speranza che ormai ha deciso di arrendersi anche lei - poveretta - ai tik tok, più o meno in corrispondenza di quel cartello con su scritto "ANDRÀ TUTTO BENE"".
Che poi non è proprio da me lasciare che la speranza mi abbandoni, ma, che dire, dopo così tanto tempo lontana da ciò che per me è realtà e normalità ogni singola particella del mio corpo combatte tra il rifiuto di pensare che "andrà tutto bene" e il rimanere attaccato a uno sbuffo che recita "per favore, fa che tutto vada bene".
Perché, con tutta onestà parlando, all'inizio di quest'anno di tutto mi sarei aspettata, meno che passare buona parte di esso in casa a fare molte delle cose che facevo prima dell' 11 marzo, ma in uno spazio che oggi mi sembra troppo stretto, troppo privo di privacy, a tratti quasi soffocante.
Eppure è lo stesso che per 20 anni ho visto immenso, accogliente, un porto sicuro...
Però va così. Sono Alice, ho 20 anni, e da due mesi sono in casa, in quarantena.
Probabilmente questa sarebbe la sede più adatta per dimostrare che non tutti i ventenni sono come vengono descritti e che si, anche noi siamo consapevoli del fatto che i mali di cui tener conto in questo momento siano altri. E ad ogni modo è vero, ne siamo e ne sono pienamente consapevole.
Ma oggi non voglio parlare di quelli. Oggi voglio parlare di quanto sia difficile per me, come immagino per qualunque ventenne, fare i conti con qualcosa di così tanto incerto... Come se già non stessimo attraversando quella fase della vita in cui anche l'indecisione su quale calzino mettere diventa motivo di crisi esistenziali.
Mi ritrovo quasi quotidianamente a confrontarmi con i miei amici, diplomati da poco meno di un anno, dislocati più o meno in tutta Italia, lontani da quelle che fino a pochi mesi fa erano le loro ancore di salvezza, le famiglie.
"Si ma queste lezioni online sono improponibili", "Ma gli esami? Quando inizio a dare gli esami?" "E fu così che mi laureai nell'anno del mai" "Scusate, ma come si fa il riso dietetico..." "E la pizza?"
Io invece, come spesso capita, lo scorso settembre avevo optato per un anno di riflessione, un anno in cui avrei dovuto trovare la giusta strada, un anno che probabilmente è stato il più produttivo e stimolante degli ultimi 20, al termine del quale avrei fatto i test per iniziare quel percorso che tanto mi terrorizzava 12 mesi fa, che non avevo ben chiaro quale fosse, ma che osservando silenziosamente tutto ciò che mi interessava osservare stavo individuando...
Chi avrebbe mai immaginato che proprio nel momento in cui stavo lasciando fiorire tutte le mie passioni, i miei sogni, le mie ambizioni (che di rado manifesto), un virus poco gentile decretasse la battuta d'arresto di tutti i programmi e progetti di un'allegra ventenne?
La mia condizione non migliora se a questo aggiungi:
- "Non si può vedere nessuno. Restiamo distanti oggi, per abbracciarci più forte domani"... NESSUNO? Io che interagisco amichevolmente anche con gli oggetti inanimati? È pazzia!
- "Ora qualcuno lo potete vedere... diciamo i congiunti... per chi ha proprio paura di ufficializzare così tanto usiamo la locuzione 'affetti stabili'. Ecco, loro potete vederli, dai"... vaglielo a spiegare a Giuseppe Conte che se avessi degli affetti stabili (mentalmente, soprattutto) probabilmente sarei una persona più serena. Giusè io mi circondo principalmente da SALAMI, quindi più che di affetti mi sembra più corretto parlare di affettati immagino.
Ironia non richiesta a parte, la conclusione di questo monologo è che da un giorno all'altro mi sono ritrovata a fare i conti con quello che per me è stato FORTUNATAMENTE l'unico problema che ho dovuto gestire in questo caos: ME STESSA. Un problema non grande e complicato come quelli che ogni giorno dalle 12:30 ascolto al tg, ma decisamente una gatta da pelare che mai prima d'ora avevo avuto così tanto davanti agli occhi.
Le mie paure, le mie esigenze, i piani andati in fumo, la voglia di poter vedere persone che non abitano sotto il mio tetto, gestire situazioni per me del tutto nuove in un modo che probabilmente mai avrei pensato, la consapevolezza che qualora tutto dovesse tornare alla normalità sarà difficile riabituarmici.
Insomma alla fine di tutto questo, in qualunque momento dovesse arrivare la fine, come ne uscirò?
Chi può dirlo!
Però insomma... vogliamo mettere la soddisfazione di dire tra dieci anni "Che ne sanno i 2020"? (Alice Palmieri)
